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I requisiti per essere un buon ecovillaggista e alcune dinamiche che governano la comunità.
Una breve riflessione sul vivere la comunità in autonomia e sintonia con essa, a cura di Mario Cecchi, abitante di Avalon, ecovillaggista del Popolo degli Elfi....

Alla fine della giornata, della settimana o del mese bisogna fare un bilancio, avere sempre presente nella propria mente, cuore e spirito che non devi gravare sugli altri, anzi devi contribuire alla crescita, all'evoluzione dell' ecovillaggio. Quindi ti devi domandare: ho in qualche modo aiutato quest'evoluzione? Ho contribuito energeticamente, spiritualmente e materialmente alla crescita della comunità? Se la risposta è affermativa sarò in pace con la mia coscienza, sarò soddisfatto con me stesso, saprò di avere fatto il possibile e di aver dato il meglio. Come altrettanto ho ricevuto dalla comunità perché la comunità è lo specchio del nostro sentire, del nostro essere. Il rapporto è simbiotico, cioè non senti più la frattura, la separazione tra te e la comunità, comprendi che l'interesse è identico, che il bene individuale e il bene collettivo si identificano o, perlomeno, agiscono in simbiosi. Questo perché ogni stato d'animo, ogni tensione, ogni malessere individuale o familiare che viviamo si riflette sulla comunità, comporta che tutta la comunità ne viene investita, volenti o nolenti vivendo assieme la quotidianità il nostro stato d'animo si scarica sugli altri. Quindi il nostro sentire del momento merita particolare attenzione, è il barometro della comunità che incide poi inevitabilmente nel rapporto che la comunità ha con l'esterno, di apertura o chiusura e con l'ospitalità che è un dono prezioso perché anch'essa è parte della linfa vitale della comunità, sottende alla stessa legge di equilibrio tra il dare e l'avere, tra l'interno e l'esterno, tra l'individuo e la comunità. Già perché il nocciolo della questione è poi sempre, in fin dei conti, quanto ho dato e quanto ho preso, il bilancio energetico spiritual materiale del rapporto che deve essere soddisfacente, gratificante per l'individuo, per la comunità, per l'ospite. Di solito questo rapporto viene mediato, viene regolato burocraticamente infrapponendo delle regole che tendono a irregimentarlo per non avere cattive sorprese o quant'altro di negativo o imprevedibile potrebbe accadere. Non è tutto sbagliato, a volte ”patti chiari amicizia lunga” è un buon detto che stabilisce un accordo netto e trasparente tra le parti, che non lascia spazio ad ombre e dubbi. Questo è nel pragmatismo dell'esperienza che induce a stabilire per iscritto quanto di intenzionale c'è nella comunità ma che dovrebbe essere istintivo ed emozionale se noi abbiamo ritrovato quella carica di amore e di altruismo che sono la base della condivisione e della motivazione che ci ha indotto a vivere in un ecovillaggio. Ma poiché così non sempre è, alcune regole economiche basilari, stabilite tramite un accordo, forse sono necessarie ma non devono tendere ad ingabbiare, ingessare, cristallizzare l'aspetto dinamico della comunità poiché è un laboratorio in divenire, può cambiare ogni momento. È bello lasciare spazio a quest'apertura anche se va a discapito della sicurezza perchè gioca un ruolo importante nella dialettica interna alla comunità che rimane vivace, incompiuta, aperta all'introspezione e al cambiamento continuo. Quindi ammesso che vi possono essere delle regole che sanciscono il rapporto tra individuo e comunità, in genere queste regole affrontano principalmente l'aspetto economico, della proprietà, dell'indennizzo, della plus-valenza in caso che qualcuno receda dall'intento o qualcuno abbia messo di più degli altri. Tutte cose che è necessario avere ben chiaro in partenza, ma, di fatto, quello che fa funzionare la comunità, il collante primevo, più potente che si crea, sono le relazioni affettive, di fratellanza che uniscono i membri della stessa. Se esiste questo tipo di relazione si vede e si sente, la comunità funziona, è solidale, è compatta e le problematiche materiali si risolvono, non costituiscono un ostacolo, anzi sono difficoltà che si superano e vanno a fortificare l'unione tra i componenti della comunità. Se non esiste questo tipo di legame, allora non si può parlare di comunità o di ecovillaggio che sia, poiché il collante sarà di natura economica politica o religiosa e quindi potremo parlare di società, partito o comunità religiosa. L'altra condizione perché si realizzi la comunità (quasi ovvio, che ho dato per scontato ma che così ovvio non è) è che non esiste un capo: carismatico, spirituale, mediatico. Capo poiché detiene più potere degli altri, che conta di più ed in ultima istanza le decisioni vengono prese in buona parte da lui sintomaticamente o, ancor peggio, per statuto. In tal caso la comunità assomiglia di più ad una scolaresca dove esiste la gerarchia preside-insegnante-allievo, per non dire ad una apparato militare, ma è sempre responsabilità dell'individuo accettare o subire un simile condizionamento. Farà parte del proprio bagaglio di esperienza-bisogno-necessità. Non siamo noi che dobbiamo giudicare le scelte dell'individuo, ognuno ha il proprio percorso e deve rendere conto a se stesso e agli altri del proprio operato. È una regola implicita dalla quale non si scappa. La comunità della quale ho parlato finora è la comunità laica, egualitaria e intenzionale nella quale le persone si riconoscono e partecipano attivamente alla sua realizzazione, in maniera paritetica prendendo le decisioni in cerchio o col metodo del consenso (modalità da approfondire, ma che fanno parte di un altro capitolo). In tal caso tutti hanno la stessa opportunità per parlare e di contribuire al processo decisionale. La leadership è naturale ed è strumento pratico di condivisione, è riconoscimento della competenza, non è gioco di ruolo o strumento di potere che, in tal caso, diventa negativa. Viene attribuita, riconosciuta dagli altri, non te la dai e te ne impossessi fino a diventarne posseduto, utilizzandola per fini di prestigio personale. Nella comunità, come l'intendo io, tutti sono stimolati a diventare leader di se stessi innanzitutto, capaci di autonomia e di indipendenza; poi leader nella vita pratica in qualsiasi settore di cui si vogliono occupare e del quale diventeranno punto di riferimento non esclusivo per gli altri. L'ideale è che tutti sappiano fare tutto, ma materialmente è impossibile e quindi una suddivisione delle competenze è necessaria. Ciò si comprende meglio se paragoniamo la comunità al corpo umano composto dai diversi organi ognuno dei quali ha una propria funzione. Ripulito il campo da queste ambiguità ed equivoci vien bene ribadire il concetto di mutualità tra individuo e comunità, di rapporto tra dare ed avere, di reciprocità, poiché esso avviene e non sempre siamo consapevoli di tutte le sue implicazioni. Spesso ci troviamo a rendicontare questo scambio con la mentalità affaristica-economica di come siamo stati abituati in famiglia o nella vita sociale, improntata all'individualismo capitalista. per cui al dare deve corrispondere un avere altrettanto quantificabile. Nel nostro caso il bilancio non è così materialistico da poter quantificare, è piuttosto affettivo ed emozionale, riguarda più l'aspetto emotivo e relazionale che non l'aspetto economico. Se sei vincolato all'aspetto economico stai pensando ad un altro tipo di comunità. Anche se è importante non è l'aspetto prioritario, stiamo proprio cercando di ribaltare questo paradigma ed è quello che invito tutti a fare.



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